ARZAN

 

     
 


L’ISOLA CHE NON C’ERA -
novembre 2003

LA LIONETTA: MATRIMONI PREZIOSI
di GIOVANNI PIETRO SCAZZOLA

Al traguardo dei 25 anni di storia, il gruppo folk piemontese La Lionetta celebra le nozze d'argento con un nuovo disco che si intitola proprio "Arzan" (argento). Abbiamo raggiunto al telefono Roberto Aversa, membro storico della band, in un torrido pomeriggio d'agosto, per parlare dell'album e di questi anni passati. Costretto a rischiose acrobazie sul terrazzo di casa per avere un buon segnale al cellulare, lo ringraziamo fin d'ora per la "temeraria" disponibilità.

Cominciamo dalle curiosità. Forse non tutti sanno perché vi chiamate Lionetta.
È il nome di un'antica ballata popolare piemontese, presente in "Ottoni e Settimini", il nostro disco precedente e anche nel secondo che avevamo fatto, in versione differente. La scelta non ha un significato particolare: ci piaceva la figura di questa fanciulla contadina molto sveglia, che all'invito di partire con l'armata per la Francia rifiuta adducendo come motivazione la cattiva vita dei soldati, ma che accetta immediatamente quando le viene spiegata l'ottima vita degli ufficiali e delle signorine che li accompagnano.

Facciamo un po' di storia del gruppo attraverso le varie formazioni che si sono succedute negli anni?
C'è una formazione storica, che è quella dei primi due dischi, con voce femminile, rigorosamente acustica. Poi c'è stata una versione elettrica, sempre con la stessa formazione ma con l'aggiunta di un batterista. Quindi ci sono stati diversi anni di pausa, quando il gruppo si è sciolto la prima volta. Dal '95 il gruppo è ripartito con tre dei vecchi elementi, sempre in formazione rock-folk, con l'aggiunta di un bassista e di un batterista. E poi ancora c'è stato un ritorno all'acustico, praticamente nel '98, quando uno dei vecchi elementi, che era Vincenzo Gioanola, ha lasciato il gruppo. Quindi siamo praticamente due, Maurizio Bertani ed io, gli unici ad aver attraversato tutte le formazioni, a cui si sono aggiunti una serie di musicisti un po' più "giovincelli". Adesso siamo in sei, come nel disco precedente: non c'è più l'organettista, sostituito in questo nuovo lavoro da un clarinettista, che ormai fa ufficialmente parte del gruppo.

Siamo alla formazione attuale: la conosciamo, strumento per strumento ?
Roberto Aversa, che sono io, alla voce, chitarra, cornamusa e fiati etnici; Maurizio Bertani, anche lui canta e suona mandolino e chitarra; poi abbiamo Lucio Molinari alle percussioni, Massimo Lupotti al basso tuba, Fabio Mattea al clarinetto e ai flauti e poi Michele Salituro super-maxi-polistrumentista.

Dagli strumenti che hai citato possiamo già intuire le sonorità all'interno delle quali vi muovete: echi bandistici, accenti circensi, molta musica di strada: quanta parte hanno questi elementi nel vostro stile di oggi?
Direi tantissima. Adesso mettersi a teorizzare e difficile. Se vogliamo parlare di musica popolare, penso che la definizione esatta sia molto soggettiva: andiamo dalla concezione museale a quella più aperta possibile. Sostanzialmente, se per musica popolare intendi quella che ascolti più facilmente per le strade della tua città, allora queste sono le cose che senti nel disco, piuttosto che brani filologici o tradizionali.

Sono suoni che non possono non ricordare “II suonatore Jones” (nel disco offrite una bella interpretazione di questo classico): è un po' un incarnazione del vostro stile e insieme un tributo a Fabrizio De Andrè: che cos'ha rappresentato per voi?
Qua il discorso va molto sul personale, per me De Andrè ha rappresentato moltissimo credo che continui a rappresentarlo tuttora, per tutta una serie di motivi: a parte la capacita, nel corso di più di trent'anni di carriera, di evolvere musicalmente, di essere sempre, come dire, molto ricettivo rispetto a ciò che la musica proponeva. Poi soprattutto una cosa a cui noi teniamo molto: nell’ ambito del nostro ambiente dove forse ormai sulla sperimentazione musicale, sulla libertà musicale sono in tanti a lavorare, non è più un ambiente "bacchettone" come vent'anni fa, però credo che rappresenti un monito a lavorare sui testi ancora di più e in maniera più accurata.

Per De Andrè è stata Genova, per voi Torino: che parte ha avuto come contesto geografico e culturale nel vostro fare musica?
Che parte ha oggi essenzialmente. Noi siamo sempre stati considerati un gruppo molto trasgressivo rispetto all'approccio alla musica tradizionale, però la prima parte dell'esperienza come Lionetta è comunque legata a ciò che viene fuori dalla ricerca sul campo. Quindi all'inizio eravamo abbastanza svincolati dalla realtà di una Torino, ti parlo del '78-'79, città operaia, città di lotte, poco legata al mondo contadino. Questo approccio trasgressivo che molti "puristi" non ci hanno mai perdonato è nato in seguito proprio da Torino e direi che è molto più importante adesso perché, se per musica popolare intendiamo, come dicevo, quello che più frequentemente ascolti per strada, il risultato di quest'ultimo disco dipende proprio dal fatto che a Torino ascolti più suonatori dell'Est che suonatori italiani, ascolti albanesi e marocchini nei mercati e ascolti poi spesso dei connubi di suoni nuovi che spero siano semi di qualcosa che noi ipotizziamo. Quindi direi che Torino forse è più importante adesso di una volta per la musica che facciamo e per i temi che trattiamo.

A proposito di contaminazioni, possiamo definire questa vostra musica di oggi "extracomunitaria"?
Sicuramente, come definizione. In realtà poi non è che la sentiamo come tale. La sentiamo sufficientemente nostra, anche perché l'approccio è molto personale: non andiamo a studiare esattamente come dev'essere una rumba gitana (Potere del Canto,nel disco); se poi nell'evoluzione del pezzo una battuta non è quella della rumba gitana originale nessuno si scandalizza. L'importante è lavorare su delle atmosfere, suggerite poi da questa massa di cultura che arriva a Torino. Perché se anche l'immigrazione è povera e si potrebbe immaginare non acculturata, in realtà è portatrice comunque di una cultura. Non solo quella extracomunitaria perché, in questo disco più che nel precedente, qualcosa lo dobbiamo anche alla cultura zingara, che per larga parte è una cultura assolutamente nazionale, anche se si tende a rimuoverla.

Rimaniamo colpiti dalle tonalità minori preponderanti nel disco: toni amari delle storie che raccontate, destini in qualche modo irrimediabilmente segnati per i personaggi di cui cantate. Quanto c'è di pessimismo e quanto invece di ironia e provocazione?
Forse è un disco meno ironico e divertente di quello precedente. Però credo che anche tutta una serie di storie "pessimiste" siano raccontate con un approccio, se vuoi, ironico;
Un brano come “Valona Nauti-Tour” parla di un suonatore di basso tuba albanese costretto a portare droga in Italia per pagarsi il viaggio e così viene arrestato; però cerchiamo di vedere anche i risvolti più "leggeri" della vicenda. Ritorno sul discorso dei testi, cui tengo particolarmente e non solo perché ne ho scritti la maggior parte. È chiaro che facciamo musica d'autore nel momento in cui scriviamo dei testi. Nel farlo, io cerco di attenermi a dei canoni: nella musica popolare in linea di, massima si raccontano delle storie, non si raccontano i cavoli propri, le proprie angosce o frustrazioni; storie che a volte hanno un taglio ironico sovrapposto ad una vicenda assolutamente tragica (nelle ballate tradizionali, per esempio, un tentativo di stupro a volte può essere letto in chiave poetica). Soltanto non sempre si riconoscono subito questi piani di lettura diversi.

L'attenzione per i testi e per la parola esce rafforzata da tutto il disco che è in fondo uno splendido matrimonio tra italiano e dialetto, spesso uniti nello stesso brano, e ciò che uno non dice, l’ altro lascia immaginare. Una canzone come “Disserenata” è emblematica in questo senso?
Quella è una mia fissazione: le parole sono importanti, usare solo quelle che suonano meglio per rivestire una melodia è la cosa che mi urta di più. Le parole dovrebbero avere un loro ritmo e una loro poeticità al di fuori della necessità di assecondare una bella melodia. Il dialetto è passato per noi dall'essere l'espressione della cultura che ricercavamo e proponevamo ad essere una lingua altra, specialmente a Torino dove tutto sommato la lingua ufficiale è molto più l'italiano che il dialetto; una lingua altra nel senso che serve per altri scopi, serve per dire cose che non riusciresti a dire in italiano senza rischiare di essere retorico; è una lingua di piccoli sentimenti e piccole immagini, ha una ricchezza di sfumature che l’italiano non ha ancora raggiunto. Ciò che è scritto in dialetto nel disco, a parte i pezzi tradizionali, non avrebbe potuto essere scritto in italiano.

Ci piace sottolineare ancora un aspetto: nel disco c'è tanta natura, ma il rapporto con gli elementi (la pioggia, l'acqua, la luna) è sempre misterioso ed enigmatico: retaggio della cultura contadina e anche un po' pagana?
Si, e la cosa buffa è che ce ne siamo accorti alla fine, quando il disco era finito. Al punto che ci siamo chiesti se il titolo dovesse tener conto di questo aspetto. Poi ci abbiamo rinunciato Tutto sommato si è trattato dell'emergere di un inconscio. È stato buffo e bello che questa realtà sia apparsa un po' dappertutto anche se nel disco hanno lavorato persone diverse.

E poi avete scelto di chiudere questa nuova fatica con “Ij Foi-fotu”, un manifesto, una dichiarazione d'intenti, recitata in maniera impareggiabile da questa bella voce.
Ho inseguito l'attore Felice Andreasi, appena uscito dalla clinica per un'operazione; una follia, ma volevo la sua voce a tutti i costi. E un brano colto, scritto da Angelo Brofferio, un personaggio che rappresenta, nel primo Ottocento torinese l'estrema sinistra, anche se oggi potrebbe far sorridere. È stata una persona importante, stimata anche da Carducci. Abbiamo tralasciato i riferimenti più datati, andando a isolare una serie di versi che potessero ancora oggi racchiudere quel tipo di messaggio.

A questo punto lasciamo concludere Roberto Aversa, sottolinenado un ultimo elemento del disco che gli sta a cuore
Parlo della “Marcia 'd Ghera”, brano in cui si sovrappongono delle voci radiofoniche. Lo abbiamo scritto in studio nei giorni in cui si registrava, che erano anche i giorni dell'attacco anglo-americano in Iraq, come testimoniano quei frammenti registrati da radio arabe, inglesi e nostrane. Da un lato c'era il desiderio di scrivere qualcosa contro la guerra e dall'altro la consapevolezza che forse, in questo senso, era già stato detto tutto, si rischiava solo di essere retorici. Allora abbiamo deciso di usare le voci, le parole stesse della guerra, con il contrasto finale provocato dalla testarda volontà distruttrice di Bush, che ho trovato agghiacciante.

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